
Benvenuti nel mio mondo di storie
Qui troverai i miei romanzi, i personaggi che li animano, il dietro le quinte della loro nascita e tutte le novità sulle prossime pubblicazioni. Ti invito ad entrare nel mio mondo e a lasciarti accompagnare dalle storie che ho scritto.
Perchè scrivere
Scrivere un libro può avere molti significati, probabilmente tanti quanti sono coloro che, per professione o semplicemente per passione, decidono a un certo punto della propria vita di prendere una penna o sedersi davanti a una tastiera e cominciare a raccontare. C’è chi scrive per inventare storie, chi per custodire ricordi, chi per mettere ordine nei propri pensieri e chi, attraverso le parole, cerca di comprendere meglio il mondo che lo circonda. Credo però che, al di là delle motivazioni personali, nella scrittura esista sempre qualcosa che riguarda il bisogno dell’uomo di lasciare una traccia, di fermare per un momento ciò che il tempo inevitabilmente trasforma e, qualche volta, cancella.
Scrivere significa innanzitutto custodire la memoria. Quella personale, certamente, ma anche quella delle famiglie, delle comunità e dei luoghi nei quali abbiamo vissuto. Molte cose che oggi conosciamo del passato sono arrivate fino a noi perché qualcuno, prima di noi, ha sentito il bisogno di raccontarle. Una storia scritta smette di appartenere soltanto a chi l’ha vissuta e può attraversare gli anni, essere conosciuta da persone lontane, suscitare emozioni e riflessioni in chi non ha mai incontrato i suoi protagonisti. In questo senso la scrittura diventa anche ricerca della propria identità, perché raccontare ciò che siamo stati, le nostre radici e i cambiamenti della società significa inevitabilmente interrogarsi su ciò che siamo diventati.
Ma scrivere non significa soltanto ricordare. Può essere anche un modo per osservare il presente, evidenziarne le contraddizioni e affrontare questioni che riguardano tutti. Un libro non deve necessariamente fornire risposte e, forse, i libri migliori sono proprio quelli che lasciano al lettore qualche domanda in più. La pagina scritta offre la possibilità di affrontare temi sociali e civili senza la velocità e la superficialità che spesso caratterizzano la comunicazione quotidiana. Permette di fermarsi, approfondire, mettere a confronto punti di vista diversi e invitare chi legge a costruirsi una propria opinione.
Anche quando si scrive un romanzo e si inventano luoghi e personaggi, in fondo si continua a parlare della realtà. Un giallo, una storia d’amore, un racconto familiare possono diventare strumenti attraverso i quali osservare le paure, le responsabilità, le debolezze e le scelte degli uomini. Possiamo mettere i nostri personaggi davanti a decisioni difficili e seguirne le conseguenze, possiamo farli sbagliare, cambiare, fuggire o trovare il coraggio di affrontare ciò che hanno cercato di evitare. La finzione ci consente così di raccontare verità umane senza avere necessariamente bisogno di raccontare fatti realmente accaduti.
Scrivere richiede però anche disciplina. L’idea iniziale è forse la parte più affascinante, ma un libro nasce veramente dopo, quando occorre costruirlo pagina dopo pagina, mantenere la coerenza di una storia, conoscere i propri personaggi, controllare i dettagli, tornare su ciò che si è scritto e avere persino il coraggio di cancellare qualcosa a cui eravamo affezionati perché non serve più al racconto. È un esercizio di pazienza e di concentrazione, ma anche un modo straordinario per continuare a essere curiosi. Per scrivere bisogna osservare, informarsi, ascoltare e, soprattutto, continuare a farsi domande, consultare archivi, fare ricerca..
Alla fine, però, un libro acquista davvero senso quando incontra un lettore. Fino a quel momento le parole appartengono a chi le ha scritte; dopo, appartengono anche a chi le legge. Lo stesso personaggio può essere amato da qualcuno e detestato da un altro, una frase può lasciare indifferente un lettore e accompagnarne un altro per molto tempo. È questo uno degli aspetti più belli della scrittura: affidare agli altri qualcosa che abbiamo immaginato e accettare che ciascuno possa interpretarlo attraverso la propria sensibilità e la propria esperienza.
È probabilmente per tutte queste ragioni che, tra i diversi argomenti sui quali mi piace scrivere, quello dei borghi occupa per me uno spazio particolare. Raccontare i piccoli paesi che rischiano l’abbandono non significa abbandonarsi alla nostalgia di un mondo che non esiste più. Significa interrogarsi su quello che rischiamo di perdere e, soprattutto, chiedersi se sia ancora possibile salvarlo.
Quando un borgo si svuota non perdiamo soltanto delle case. Scompaiono lentamente una scuola, un negozio, un mestiere, una festa, un modo di parlare, una piazza nella quale le persone si incontravano. Si interrompono relazioni costruite in decenni e qualche volta in secoli. Le finestre si chiudono una dopo l’altra, le strade diventano silenziose e ciò che era una comunità rischia di trasformarsi semplicemente in un insieme di edifici. È un processo lento, proprio per questo meno visibile, ma non meno importante.
Raccontare questi luoghi significa allora compiere anche un piccolo atto di resistenza culturale. Significa impedire che scompaiano nel silenzio e ricordare che dietro le statistiche sullo spopolamento esistono persone, famiglie, scelte e rinunce. Esiste chi è partito perché non aveva alternative, chi è rimasto nonostante le difficoltà e chi, qualche volta, ha deciso di tornare.
Ma non vorrei raccontare i borghi soltanto come luoghi destinati a morire. Mi interessa soprattutto capire come possano continuare a vivere. Perché accanto ai paesi che si spopolano esistono comunità che resistono, amministratori che cercano soluzioni, persone che recuperano attività abbandonate, giovani che provano a costruire un lavoro dove sembrava non esserci più spazio per farlo. Ci sono scuole che lottano per conservare una classe, piccoli esercizi commerciali che rappresentano molto più di un negozio, associazioni che tengono insieme una comunità e nuove tecnologie che, se utilizzate bene, possono rendere meno penalizzante vivere lontano dalle grandi città.
È qui che, secondo me, il racconto deve smettere di essere soltanto memoria e diventare proposta. Conservare ciò che siamo stati è importante, ma non possiamo pensare di salvare i borghi trasformandoli in musei del passato. Un paese rimane vivo se qualcuno può ancora scegliere di viverci, lavorare, crescere dei figli, aprire un’attività e immaginare il proprio futuro. La vera sfida non è soltanto impedire che le case rimangano vuote, ma restituire una ragione per abitarle.
Forse è proprio questo uno dei motivi per cui continuo a scrivere. Perché attraverso un romanzo si possono raccontare le conseguenze di una scelta, attraverso un saggio si può osservare un problema della società, attraverso la storia di un piccolo paese si può parlare di qualcosa che riguarda un intero Paese. Cambiano i personaggi, i luoghi e le vicende, ma rimane lo stesso desiderio: osservare ciò che accade intorno a noi, provare a comprenderlo e affidare poi quelle riflessioni a chi avrà voglia di leggerle.
Scrivere, in fondo, non significa pretendere di avere qualcosa da insegnare agli altri.
Significa avere ancora qualcosa su cui interrogarsi e pensare che valga la pena condividerlo.
Un libro chiuso nel cassetto è solo carta stampata; prende vita solo nel momento in cui incontra lo sguardo e la voce del lettore.
Senza il lettore dall'altra parte del filo, l'autore parlerebbe in una stanza vuota. È la risposta degli altri a trasformare il gesto solitario dello scrivere in un atto di condivisione e appartenenza.
L'aroma del tempo che fu
Ci sono ricordi che hanno un profumo. Quello del pane caldo sfornato nel forno comune, della terra bagnata dopo un temporale estivo, del mosto durante la vendemmia.
In questo affresco corale, Tommaso Tentarelli ci accompagna in un viaggio nel cuore dell'Italia che, dalle macerie del dopoguerra, ha saputo ricostruire il proprio futuro. Tra le pagine rivivono i gesti lenti di una comunità tenace, le risate dei bambini nelle strade sterrate, la meraviglia per la prima automobile e il silenzio quasi sacro davanti alla televisione in bianco e nero.
È il racconto di un mondo scandito dalle stagioni e dalla solidarietà, dove un aiuto era una promessa silenziosa e un amore poteva nascere da uno sguardo rubato a una festa di paese. E poi, la trasformazione: le prime partenze con la valigia di cartone, il boom economico, l'emancipazione delle donne e i sogni dei giovani che iniziavano a guardare oltre l'orizzonte del campanile.
Il risultato è un'opera toccante che celebra la dignità e la resilienza di una generazione. Per chi ha vissuto quegli anni, sarà come tornare a casa. Per chi è venuto dopo, sarà la scoperta di un'eredità preziosa, custodita nel profumo intramontabile del tempo che fu.
Il paese che resiste
Questo libro è un viaggio nella memoria e nel presente, dall’Italia del dopoguerra ai giorni nostri. È un racconto narrativo che intreccia storie, voci e immagini di comunità che sembravano destinate a sparire e che invece continuano a interrogare il futuro.
Il paese che resiste non è solo un lamento per ciò che si perde, ma un invito a guardare ciò che può rinascere.
Perché un borgo non muore davvero finché qualcuno lo ricorda, lo nomina, lo abita.
Perché ho scritto questo libro?
Non so se questo libro sia nato da un’idea precisa o da un’inquietudine. Forse da entrambe. Da tempo sentivo il bisogno di fermarmi, di osservare con maggiore attenzione i luoghi da cui proveniamo e che, troppo spesso, lasciamo scorrere accanto a noi senza davvero vederli. Ho iniziato a scriverlo al ritorno da una vacanza trascorsa in alcuni splendidi borghi dell’Abruzzo: luoghi che sembrano immobili, dimenticati, e che invece custodiscono ancora la parte più autentica della nostra storia.
La casa non dimentica
Ci sono storie che il tempo non riesce a cancellare.
Quando Luciana arriva a Borgofosco, cerca soltanto un nuovo inizio e la tranquillità necessaria per dedicarsi alla scrittura. Non immagina che dietro l'apparente serenità del borgo si nasconda una vicenda dimenticata da trent'anni: la misteriosa scomparsa di Renata, una giovane donna che stava cercando risposte a domande che qualcuno non voleva venissero poste.
Quella che all'inizio sembra una semplice curiosità si trasforma presto in una ricerca sempre più profonda. Tra vecchi documenti, testimonianze dimenticate e segreti custoditi troppo a lungo, Luciana scoprirà che alcune verità possono restare nascoste per anni, ma non smettono mai di esistere.
Perché nella vita accade spesso qualcosa di simile. Ci imbattiamo in persone, situazioni o vicende che apparentemente non ci riguardano e che, tuttavia, riescono a toccare qualcosa dentro di noi. A quel punto abbiamo due possibilità: voltarci dall'altra parte oppure fermarci e cercare di capire.
Non sempre la seconda scelta è la più semplice. Anzi, quasi mai lo è. Ma è spesso quella che ci conduce più vicino alla verità. E a noi stessi.
La vita inizia quando incontri il lavoro giusto
Quella che racconto, non è la mia storia, ma, semplicemente, una storia di lavoro raccontata sulla base delle mie esperienze. Vuole essere la rappresentazione di una delle tante persone che vivono la propria vita con la fortuna di avere trovato il lavoro giusto. Vuole essere un messaggio per i tanti giovani che si affacciano al mondo del lavoro e, forse, non ne percepiscono l’essenza, l’importanza. A chi mi ha chiesto come si fa a capire se il lavoro è quello giusto, ho risposto semplicemente che è uguale a quando si incontra, nella vita, la donna giusta. Come non si incontra mai la donna che immaginiamo nella nostra fantasia, e capisci che è quella giusta perché, tutte le mattine, quando ti svegli non sei mai stanco della sua presenza, così è il lavoro: capisci che è quello giusto quando non ti pesa mai alzarti ed andare a lavorare ogni mattino. Non dobbiamo, poi, mai dimenticare che, ognuno di noi, se vuole, nella vita può fare qualsiasi cosa. Ma per riuscire a farla bene, dobbiamo considerare il lavoro che facciamo come se fosse quello che abbiamo sempre cercato, il migliore che potevamo fare, il più importante e quello che più ci appaga. Questo non vuol dire che non possiamo cambiarlo, cambiare ruolo, e ricominciare da capo; ma la regola deve essere sempre la stessa, perché, qualsiasi cosa, fra farla bene o farla male, richiede lo stesso tempo.
Ogni comunità, che sia un piccolo borgo, una città in trasformazione o una generazione, vive del racconto che fa di se stessa. Quando qualcuno decide di raccontare le dinamiche, i luoghi che cambiano o le realtà che rischiano l'abbandono, sta compiendo un atto di resistenza culturale. Scrivere significa dire: «Questo mondo esiste, ha valore, e non permetterò che finisca nell'oblio».
Custodire la memoria di una comodità
A volte mi chiedono perché, a un certo punto della vita, una persona decida di mettersi a scrivere libri.
Non scrivo perché penso di avere qualcosa da insegnare. Scrivo perché continuo ad avere voglia di capire. Se poi una pagina riesce a emozionare, a far riflettere o semplicemente a tenere compagnia a qualcuno, allora tutto il tempo dedicato a quel libro acquista un senso.
Domande frequenti
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